Fa’ la cosa giusta, studenti libanesi bloccati in patria: “La guerra ha avuto altri piani per noi”
I giovani che avrebbero dovuto partecipare alla fiera del consumo critico non sono potuti arrivare a un evento con i loro coetanei milanesi: commozione in sala per il collegamento video
«Venire a Milano avrebbe significato realizzare un sogno: far sentire il grido di noi giovani libanesi. Ma la guerra ha avuto altri piani». Celia racconta la sua storia da Beirut, dove è scappata, in collegamento video. Ha gli occhi lucidi mentre parla agli studenti dei licei Russell e Boccioni di Milano e del Parini di Seregno, con cui lei e i suoi compagni avrebbero dovuto incontrarsi di persona. L’appuntamento era fissato per la giornata di apertura della ventiduesima edizione della fiera “Fa’ la cosa giusta”. «Siamo grati di questa opportunità, anche se ce la aspettavamo diversa, di gioia. Sapevamo comunque che, in qualche modo, saremmo riusciti a far sentire la nostra voce», spiega.
Lei e altri sette studenti della scuola multireligiosa di Ain Ebel, nel sud del Libano, a pochi chilometri dal confine con Israele, sarebbero dovuti essere qui, a Milano, insieme ai coetanei italiani. Alla fine, però, l’unica che è riuscita a raggiungere l’Italia è stata Suor Maya, la direttrice della scuola di Ain Ebel. «Voi adesso applaudite», dice rivolgendosi ai ragazzi italiani con un tono che non nasconde la rabbia per ciò che stanno passando i suoi ragazzi, «ma da dove veniamo noi oggi stanno applaudendo ai funerali dei compaesani». Poi pone una domanda semplice, diretta: «Che cosa significa per voi casa?». Dalla platea arrivano molte risposte: «pace», «famiglia», «sicurezza». «E se vi dicessero che avete sette minuti per lasciare tutto?» continua suor Maya. Lì cala invece il silenzio. «So che è una domanda difficile, ma questo è quello che è accaduto ai miei studenti». Degli otto ragazzi che avrebbero dovuto collegarsi, solo tre sono riusciti a partecipare alla videochiamata. Gli altri cinque hanno dovuto lasciare le loro case per spostarsi verso Beirut, in cerca di un luogo più sicuro.
Rebecca e Leticia, due studentesse dell’ultimo anno di liceo, hanno invece deciso di restare nei loro quartieri. «Non importa da dove veniate: non smettete mai di credere nei vostri sogni. Con il duro lavoro si può raggiungere tutto», dice Leticia rivolgendosi ai coetanei italiani. Con tono serio ma fiero racconta la sua esperienza: «Nonostante la guerra non sono fuggita. Ho continuato a studiare, ho sostenuto test e colloqui e sono riuscita anche a vincere un concorso per un programma di sei mesi a Parigi». A casa non aveva una connessione stabile: il Wi-Fi funzionava solo a scuola. «Per questo ha ricevuto la notizia della sua ammissione con una settimana di ritardo». Suor Maya si lascia scappare un sorriso solamente quando presenta i suoi studenti. Racconta con orgoglio della scuola di Ain Ebel, un luogo in cui convivono ragazzi sciiti e cristiani che, in altri contesti, rischierebbero di scontrarsi. Lì invece collaborano insieme nel progetto “Fratelli tutti”, che mette in contatto studenti di diversi Paesi attraverso scambi e corrispondenze, nella speranza di potersi incontrare davvero un giorno.
«Non me ne sono andata», racconta invece Rebecca, nella stessa stanza con Leticia. «Sono rimasta qui a fare volontariato perché mi sembrava la cosa giusta. Vedere la vita dei miei amici andare avanti mentre io restavo ferma è stato straziante, ma ho imparato la resilienza. Siate grati per la vostra famiglia e per la vostra scuola». Alle sue parole segue un applauso lungo.
Alla fine dell’incontro, qualcuno tra gli studenti italiani trova il coraggio di lasciare un messaggio ai loro coetanei libanesi: «Siete un esempio di coraggio e resilienza. Siete speranza per un futuro dignitoso. Vi mando, anche a distanza, tutto il bene possibile». Così si conclude un incontro che tutti i presenti avevano immaginato diverso, ma che, proprio per questo, ha lasciato un segno ancora più profondo tra gli studenti che non hanno mai distolto l’attenzione da chi non ha avuto la stessa loro fortuna.
Link al sito: https://milano.repubblica.it/c...
Inserisci un commento